Luci e ombre di Walt Disney

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Si può affermare con una certa sicurezza che Walt Disney sia stato una delle personalità più rivoluzionarie del Novecento. La multinazionale da lui fondata, leader nel settore dell’intrattenimento, ha attraversato gran parte del ventesimo secolo da protagonista, e tutt’oggi conserva un ruolo di primo piano nella vita di molti. La figura di Disney, come uomo, artista e imprenditore, suscita sovente interrogativi, che generano facilmente battibecchi dal tono ascrivibile a quello di una lite tra tifoserie avversarie. Da qui la necessità di analizzare, senza pregiudizi (in entrambe le direzioni), una figura complessa, figlia del suo tempo. Proviamo a farlo attraverso quattro domande.

Walt Disney era razzista? 

Il punto principale su cui i detrattori di Walt Disney fanno affidamento per definirlo razzista è il film del 1946 I racconti dello zio Tom (Song of the South). Nella pellicola, ambientata dopo la Guerra di Secessione, il rapporto tra bianchi ed ex schiavi neri appare sbilanciato verso un eccessivo idillio, che non riflette certamente in maniera adeguata il clima teso delle campagne americane dell’epoca.

Probabilmente l’intento di Disney era quello di infondere nel film il clima spensierato e un po’ ingenuo tipico di molte sue produzioni, volte a un target fanciullesco e votate a essere ideali veicoli di positività.  L’Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore bollò però il film come negazionista e quindi assolutamente ingiusto nei riguardi delle condizioni degli afroamericani in Alabama. Va detto, per completezza d’informazione, che secondo alcuni il firmatario di questo giudizio, Walter White, aveva avuto degli screzi con la compagnia riguardo una sua eventuale assunzione.

Walt Disney

Censura e progresso

Non possiamo tuttavia dare per scontato che Disney abbia agito in assoluta buonafede. Per questo c’è da considerare che nel primo Novecento, negli Stati Uniti, il razzismo ai danni della comunità afroamericana era diffuso in modo vasto e variegato. Una certa dose di razzismo permeava anche i prodotti d’intrattenimento, cartoni animati compresi. I racconti dello zio Tom non è un caso isolato. Negli stessi anni (e già dal 1931) la Warner Bros stava producendo dei cortometraggi che sarebbero passati alla storia come Censored eleven. Questi corti furono censurati proprio perché presentavano gag a sfondo razzista e stereotipi etnici decisamente marcati. Disney, insomma, ha vissuto in un periodo in cui il razzismo nei cartoni non faceva scandalo. Questo non giustifica il racconto ecumenico di Song of the South, ma aiuta a inquadrarlo in una precisa temperie culturale. 

Ma Walt Disney non esitò ad assumere dipendenti afroamericani: è il caso dell’animatore Floyd Norman, ingaggiato quando era ancora adolescente, e del suo collega Frank Braxton. Il primo affermò che solo Walt Disney gli concesse un lavoro nell’ambiente e che l’azienda lo trattò esattamente alla pari degli altri.
Egli non fu il solo: anche ebrei e asiatici lavorarono per la compagnia nell’ambito creativo. Infine, la stessa Disney si impegnò affinché fosse conferito l’Oscar onorario a James Baskett, l’attore afroamericano meraviglioso protagonista proprio de I racconti dello zio Tom.

James Baskett sul set de I racconti dello zio Tom, 1946

Walt Disney era sessista?

La seconda delle quattro domande nasce dalle accuse di sessismo in seguito a una lettera diventata famosa nel 2009. Il documento in questione riguarda il rifiuto di assumere, nel reparto creativo della compagnia, tale Mary Ford. La motivazione fu la seguente: le donne avrebbero dovuto dedicarsi solo all’inchiostrazione e alla colorazione. Nota è inoltre l’osservazione di Ward Kimball su Disney: “Non si fidava delle donne e dei gatti”. Insomma, Walt Disney non poteva certamente essere definito un femminista o un difensore dei diritti delle donne. Per correttezza, però, bisogna comprendere meglio il periodo storico, la società in cui visse e l’epoca in cui assunse questo comportamento.

Oggi risulterebbe odioso rifiutare di assumere una donna poiché appartenente al genere femminile e quindi ritenuta inadatta ad alcune mansioni. Non si poteva dire lo stesso nel 1938: i ruoli più impegnativi, in questo caso nel settore creativo, venivano affidati solo ai soggetti più capaci, e tali non erano considerate le donne. Era pratica comune a Hollywood e altrove, non solo nella Walt Disney Production. La rivoluzione del ’68 era ancora lontana, così come una decisa riforma del diritto di famiglia. In Italia, ad esempio, le donne non poterono votare fino al 1946 e la concezione patriarcale della famiglia era quella dominante, sebbene il genere femminile si impegnasse faticosamente per ritagliarsi uno spazio accettabile nel mondo del lavoro e nella società.

Una donna disegnatrice alla Disney

Il ruolo delle donne nella Walt Disney Company

Malgrado la posizione tradizionalista e conservatrice, Walt Disney sembrò col tempo permeabile al progresso sociale e propenso a riconoscere i meriti delle lavoratrici. È il caso di Retta Scott, che nel 1942 divenne animatrice per Bambi. Negli anni successivi, inoltre, Mary Blair fu supervisore d’arte per Saludos Amigos, I tre caballeros, Cenerentola, Alice nel Paese delle meraviglie e Peter Pan.

Nel 1941 Walt Disney affermò che le donne erano capaci di lavorare bene quanto gli uomini e che avrebbero potuto contribuire dando un apporto che gli uomini non erano capaci di dare. Come evidenziato dall’Hollywood Reporter, nel 1959 Walt Disney scrisse che, anzi, venire incontro alle esigenze del pubblico femminile avrebbe aiutato a creare prodotti di migliore qualità. Dopo Retta Scott e Mary Blair, altre donne ricoprirono ruoli creativi.

Lettera della Disney a Mary Ford, 1938

Walt Disney era antisemita?

Un’altra pesante accusa tipica riguarda l’antisemitismo. Una forma di razzismo più specifica, che assume connotazioni storico-politiche in virtù delle riprovevoli persecuzioni contro gli Ebrei avvenute sin dalla notte dei tempi. Uno dei fondamenti di questa critica è il noto corto I tre porcellini, del 1933. Uno degli escamotage usati dal Lupo cattivo per farsi aprire la porta dai tre fratellini è il seguente: mascherarsi da venditore di spazzole. Il travestimento, però, include una folta barba e un naso molto pronunciato. Il tutto è accompagnato da una musica di sottofondo che richiama il Medio Oriente. In molti intravedono un chiaro riferimento allo stereotipo che associa le persone di origine ebraica alla figura dell’abile commerciante. In effetti non era raro, all’epoca, che nel settore dell’intrattenimento fossero utilizzati stereotipi razziali per indicare diverse categorie sociali.

Il secondo fatto a cui si fa riferimento è l’iscrizione di Walt Disney alla Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals. Un’associazione di stampo anticomunista, contraria a qualsiasi influenza straniera nel cinema americano e che aveva all’interno alcuni membri che furono singolarmente accusati di antisemitismo. Neal Gabler, biografo di Disney, affermò che quest’ultimo si fece coinvolgere in quel gruppo, avendo rapporti con quelle persone, ma non condividendone gli ideali in privato. Va detto che a tale gruppo erano iscritti anche Gary Cooper, Clark Gable, Ginger Rogers, John Wayne e il futuro Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, a testimonianza di quanto il gruppo di membri fosse variegato e di come alcune persone fossero rispettabili. Negli anni Cinquanta, Disney abbandonò l’associazione. 

Paperino nel corto Sotto legge razziale

Walt Disney era nazista?

L’accusa secondo cui Walt Disney fosse filonazista si basa principalmente sul suo incontro con la regista nazista Leni Riefenstahl e su alcuni corti animati del suo studio. Tuttavia, non ci sono prove concrete a sostegno di questa tesi. Al contrario, ci sono numerose testimonianze di rapporti positivi tra Disney e la comunità ebraica: nel 1955 ricevette il titolo di “Uomo dell’anno” dall’associazione ebraica Bené Berith e fece donazioni a istituzioni ebraiche. Inoltre, molti collaboratori ebrei lavorarono con lui, tra cui Marty Sklar e i fratelli Sherman.

Nel 1938, la regista tedesca Leni Riefenstahl, figura chiave della propaganda nazista, si trovava negli Stati Uniti per promuovere il suo documentario Olympia. Molti esponenti di Hollywood rifiutarono di incontrarla, in segno di opposizione al regime nazista e alle sue atrocità, già evidenti dopo eventi come la Notte dei cristalli. Tuttavia, Walt Disney decise di riceverla con rispetto, attirandosi numerose critiche. La sua scelta può essere interpretata in chiave strategica: cercava probabilmente di favorire la distribuzione dei film Disney in Germania, dove Hollywood era vista con sospetto. Al di là della politica, Disney potrebbe anche aver sinceramente apprezzato il valore tecnico del lavoro della Riefenstahl, nota per l’uso innovativo della macchina da presa. Anni dopo, Disney si giustificò sostenendo di non aver compreso appieno la portata simbolica e ideologica dell’incontro. Resta comunque una vicenda controversa, che alimenta il dibattito su come distinguere l’artista dalla sua ideologia.

Locandina del documentario Olympia

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